CATERINA DA GENOVA (1447 - 1510) e gli incurabili.
Caterina nacque a Genova nella primavera del 1447. La sua casa natale si trova ancora oggi nel territorio della parrocchia delle Vigne - in vico Indoratori - ed è individuata da un’apposita scritta. Il padre Giacomo, che morì nel settembre 1446, discendeva da Roberto, fratello di Innocenzo IV, dell’illustre famiglia Fieschi.
Secondo il costume delle famiglie nobili del tempo, Caterina ricevette un’accurata formazione letteraria e, molto probabilmente, imparò il latino. Le insegnarono il disegno e il ricamo. All’età di otto anni, «hebbe dal suo Signore uno istinto di penitentia, e dormiva su la paglia, e sotto lo capo si poneva un legno». A dodici anni ricevette da Dio il dono dell’orazione. A tredici anni sentì una fortissima vocazione per la vita religiosa. Tuttavia, nonostante l’insistenza del suo confessore, non fu accolta per la giovane età. A sedici anni, accondiscendendo alla volontà dei parenti, sposò Giuliano Adorno. Non poteva essere una scelta peggiore. Giuliano era un uomo dalla vita sregolata, aveva infatti avuto cinque figli naturali prima del matrimonio, violento e prodigo. Il suo carattere era opposto a quello di Caterina, raccolta e devota.Per cinque anni, Caterina soffrì di una tristezza senza rimedio, tanto più che Giuliano dilapidò il suo patrimonio. Ebbe un cambiamento improvviso. Per vincere la sofferenza che la travagliava «si dette alle facende esteriori compiacendosi nelle delizie et vanita del mondo». Visse alcuni anni di dissipazione, di cui in seguito pianse amaramente, apprezzava le feste, i banchetti, i piacevoli ricevimenti, riscuotendo sempre elogi e ammirazione per la sua amabilità. Una profonda malinconia iniziò a impadronirsi di Caterina, Lasciava le feste sempre più scontenta di sé, con un senso di vuoto nel cuore e l’anima piena d’amarezza per la vanità delle cose create. Un giorno di grandissimo sconforto, entrata nella Chiesa di san Benedetto, elevò questa preghiera «san Benedetto, priega Dio che mi faccia star tre mesi inferma nel letto». Era il 20 marzo 1473, vigilia della festa del santo. Due giorni dopo, recatasi al parlatorio di S. Maria delle Grazie per sfogare il proprio dolore con la sorella Limbania, sollecitata dalla stessa, «andò madonna Caterina per confessarsi dal confessor di esso monastero, ben che non fusse disposta al confessarsi». Fr. Paolo di Savona racconta così la conversione: «E come le fu inginocchiata davanti, subito ricevette una ferita al cuore d’uno immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio. Et in quello sentimento de immenso amore, procedente dalla vista chiara della bontà divina e d’uno estremo et indicibile dolore procedente dalla vista della sua miseria et offese fatte al suo dolce Iddio, fu talmente tirata per affetto purgato dalle miserie del mondo, che restò quasi fuora di sé e fu per cascare in terra; e di dentro gridava con un affuocato amore: non piu mondo, non piu peccati».
Dio mutò in un attimo quest’anima con la vista del suo amore. Le donò la perfezione della sua grazia anziché i piaceri terreni. Mostrandole la sua bontà, l’illuminò di luce divina. Infine, l’unì completamente a sé e la trasformò.
Il 25 marzo 1473, essa ricevette la santa Eucaristia e da quel giorno iniziò una vita di straordinaria unione con Dio.
Durante i quattro anni che seguirono la sua conversione, Caterina fece penitenze talmente grandi che mortificò tutti li suoi sentimenti. Austerità, cilicio, astinenze, silenzio prolungato, nulla le pesava. Inoltre, per dominare la propria sensualità, costrinse se stessa a mangiare e a bere cose ripugnanti.
Dopo questi anni di austera penitenza e di purificazione interiore, in Caterina avenne uno straordinario cambiamento. Si occupò soltanto del bene. Nel 1476 Caterina e il marito decisero di vivere in castità. Questa conversione fu segnata da un nuovo progresso nel 1478, quando Giuliano decise di affiancare Caterina nell’assistenza agli ammalati dell’Ospedale di Pammatone e, per meglio occuparsene, andarono a vivere nell’Ospedale stesso. Essa si dedicò sempre gratuitamente al servizio degli ammalati, soprattutto degli appestati durante la terribile epidemia che devastò Genova nel 1493. Durante quell’evento Caterina compì prodigi di carità.
Nel 1489 fu eletta dai patroni dell’Ospedale direttrice della sezione femminile. Con questa carica le competevano la sorveglianza, la direzione del personale infermieristico, la direzione dei trovatelli e degli esposti, oltre alla tenuta dei conti e altre funzioni. Una dolorosissima e misteriosa infermità, ritenuta di carattere soprannaturale, sopraggiunta a Caterina nove anni prima della sua morte, dopo averla torturata con immenso dolore e averle procurato spasmi di atroce agonia, pose fine alla sua mirabile vita nel settembre del 1510, probabilmente il 14. Durante la malattia e l’agonia, si verificarono straordinari fenomeni di carattere mistico.
Il corpo della santa, ritrovato intatto nel 1512, si conserva integro ancora oggi nella chiesa della SS. Annunziata di Portoria detta anche di S. Caterina da Genova, esposto alla venerazione dei fedeli. Il culto che il popolo rendeva a Caterina come ad una Beata, fu approvato da Clemente X il 6 aprile 1675, dopo regolare processo sulle virtù e i miracoli. Clemente XII il 30 aprile 1737 firmò il decreto di canonizzazione.